Secondo Mistero Gaudioso

La visita di Maria a S. Elisabetta

 “All’insegna dell’esultanza è poi la scena dell’incontro con Elisabetta, dove la voce stessa di Maria e la presenza di Cristo nel suo grembo fanno sussultare di gioia Giovanni”. (Lc, 1,44)(Ros. Virg. Mariae).

L’aver accolto il Signore, l’essere coinvolta coscientemente e responsabilmente nel suo progetto salvifico luglio uomini, non isola Maria, non la esonera da determinati impegni umani del crescere come credente, ma proprio perché ha accolto la Parola del Dio d’amore, questo amore diventa immediatamente fattivo, urgenza caritativa dentro di lei.

L’amore di Dio una volta accolto, se non lo viviamo, ci inquieta il cuore; se lo viviamo, ci stanca le membra, ma ci rasserena, ci rappacifica, ci dà un frammento di quella che può essere la gioia estatica del cielo, se però viviamo questo amore nella dimensione della carità fraterna e umana.

L’Evangelista Luca 1, 39-45 cita, e non è a caso che lo dice, che “Maria andò in tutta fretta sui monti” a trovare la cugina Elisabetta, perché l’amore di Dio non solo ci inquieta dentro, ma ci fa muovere con sollecitudine.

Questo “in tutta fretta” vuol dire che non si può indugiare di fronte alle esigenze d’amore degli altri. Vuol dire anche che non si può aspettare che gli altri siano amabili per amarli o che siano come vogliamo noi, a livello di simpatia. Non ci permette dunque la pigrizia spirituale e se uno indugia nella carità, o è pigro spiritualmente, vuol dire che non prende coscienza di questo amore di Dio che pure, in virtù del Battesimo, ha dentro.
Non possiamo dunque essere delle persone pigre, che rinviano sempre la soluzione o, se preferite, l’impegno personale per le esigenze d’amore dei propri fratelli.

Questa è la prima realtà che emerge da una pur superficiale riflessione su questo Mistero gaudioso. Ma ce n’è poi un’altra: l’umiltà di Maria: chi ama sul serio non può che essere umile perché un amore più grande di quello che ha Dio non lo può immaginare, l’uomo, ed è con l’umiltà che il Figlio di Dio si nasconde nel grembo di una donna, una somma umiltà che poi lo porterà all’ignominia della Croce, l’addio alla vita, proprio il non considerarla niente perché stima talmente tanto gli altri da poter includere se stesso nel dono d’amore per gli altri.

L’umiltà di Maria: va dalla cugina non per vantarsi di quanto è avvenuto in lei, ma per mettersi al servizio della cugina stessa.
Questa umiltà che ci pone al servizio è la forma più grande di apostolato. Se la Chiesa perde di vista che la sua natura è quella di servire l’uomo, perché nell’uomo ravvisa i lineamenti di Cristo, quindi il figlio di Dio, la Chiesa potrà essere la migliore organizzazione di questo mondo, ma fallisce la sua missione.

Perché dico che la missione primaria, insopprimibile della Chiesa, cioè del cristiano, è l’umiltà nel servizio e il servizio umile?
Perché nello stesso momento in cui Maria si è messa al servizio umile, ha veicolato a Giovanni Battista la grazia santificante di Cristo che c’era in Lei.

Questa umiltà viene sottolineata, non solo perché Lei va ad Ain-Karim a servire la vecchia cugina Elisabetta, ma anche per il fatto che appena la cugina Elisabetta la proclama “Beata” perché ha creduto (e, tra parentesi, chissà che tono aveva la cugina Elisabetta, perché suo marito Zaccaria non aveva creduto, e per questo nella sua annunciazione al tempo era rimasto muto), Maria storna tutto da sé ed eleva anche lo spirito della vecchia cugina a Dio. Perché risponde alla lode ricoltaLe da Elisabetta magnificando il Signore, e lei stessa dirà: “… perché ha guardato l’umiltà della sua serva…” ma le cose grandi non le ho fatte io, le ha fatte Lui: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente…”.

Un’altra lezione di umiltà è che noi dobbiamo agire non per cecare la nostra gloria, ma quella di Dio: “Ad maiorem Dei gloria”. Ci insegna anche la rettitudine dell’azione perché Maria non cercava se stessa; quando Elisabetta la esalta per quanto Lei ha avuto, subito Lei ne dà la paternità e quindi il merito a Dio.

Pensiamo questa donna e la nostra vocazione di cristiani: è quella di essere portatori di Cristo e della Sua grazia, non con le grandi organizzazioni e le grandi chiacchiere, ma con la vita propria che in atteggiamento umile si pone al servizio dell’altro. E cerca nel proprio servizio umile all’amico, al fratello (per dirla in termini cristiani) unicamente la gloria di Dio.

E’ il modo per realizzare la nostra vocazione di persone e di battezzati, ed è la via della santificazione, se Maria arriva a dire: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno Beata”, perché come dichiariamo beata lei, dichiariamo beati anche i figli Suoi, che sono i Santi e quindi vuol dire che ci si realizza solo in quel modo.
E tutte le altre vie non sono quelle che il Vangelo ci suggerisce.

E allora, oltre che per ciascuno di noi, questo dono del servizio umile e della ricerca della gloria di Dio in quello che facciamo e diciamo, dobbiamo chiederlo per tutti i battezzati e quindi per la Chiesa intera.